Mio fratello di Pennac

Mio fratello di Pennac

21 Novembre 2018 1 Di Elena Becchi

Mio fratello, D. Pennac, Feltrinelli, 2018.

Ieri, dopo una giornata che mi sembrava non dovesse finire mai, stancante e poco produttiva, ho finito di leggerlo. Mio fratello (Daniel Pennac, Narratori Feltrinelli, 2018) mi ha fatto pensare, sorridere, andare lontano pur rimanendo così vicino. Mi sono immaginata questi due fratelli, Daniel e Bernard, come ce ne sono tanti, mi sono chiesta come avrei reagito io di fronte a quel Bartleby, enigmatico sfrontato.

Daniel Pennac si riconferma un genio, e in questo breve e per tanti versi sorprendente libello, attraverso la presunta e divertente messa in scena del Bartleby di Melville, descrive con ironia magistrale e dolcezza profonda il rapporto con il fratello preferito, morto (finalmente qualcuno che usa le parole giuste: morto. Non scomparso, andato in cielo, un angeloè morto – che gran un sospiro di sollievo, di fronte a questo uso democratico dei termini).

“Era morto da sedici mesi. La sua presenza di mancava. Abitavamo a settecento chilometri di distanza, ci vedevamo poco ma ci telefonavamo spesso. Nelle prime tre settimane dopo la sua morte mi è capitato di alzare il telefono per chiamarlo. Smettila. È una cosa da mentecatti. Un conto è star male, un conto comportarsi da mentecatti. Riattaccavo senza aver fatto il numero, accusandomi di essermi lasciato andare a una piccola sceneggiata di lutto fraterno” (cit. pag.11).