Non fotografarmi, io mi agito

Non fotografarmi, io mi agito

4 Settembre 2018 0 Di Elena Becchi

Non fotografarmi, per favore. Vengo malissimo. Oppure provaci, ma il risultato sarà pessimo.

Ogni volta la stessa storia: bisogna fare una foto? Io mi agito, perché se da un lato è un’occasione per superare una paranoia atavica, (magari imparo a essere fotogenica – mi dico); dall’altro so già che rivedrò la mia faccia, ancora una volta, asimmetrica, con toni cromatici discordanti, che fanno risaltare l’espressione da automobilista che ha il navigatore fuori uso e si è appena persa.

Elena Becchi – Righe Animate Blog

Appena mi vedo fotografata, comincio a scrutarmi attentamente e mi piglia l’irrefrenabile impulso di modificare parti del mio viso. A partire dalle guance, l’una diversa dall’altra, che proprio perché diverse non stanno allineate e creano una fastidiosa asimmetria.  Poi gli occhi, troppo scuri e troppo rotondi, cerchiati da un velo di carnagione color terracotta di evidente eredità paterna (a lui sta bene eh, un uomo alto e corpulento di quasi settant’anni, dalla carnagione particolarmente olivastra e i capelli un tempo folti e corvini). Infine la bocca, si vede che non ho saputo posizionarla, come inclinarla. Ho sempre il dubbio se corrucciare le labbra o sforzarmi di stirarle. Sorridere no, non se ne parla, perché aumento l’asimmetria del volto, il che significa peggiorare la situazione, né mi conviene sorridere a labbra serrate, perché l’espressione si fa così artefatta da peggiorare ulteriormente la situazione. 

Mi chiedo spesso se il problema non derivi dai capelli, dal fatto che sono sempre spettinati, acconciati alla bell’e meglio ma sempre stretti in un elastico.

Ultimamente ho adottato una tecnica che mi sembra funzioni: parloguardandomi attorno, quasi sempre altrove rispetto all’obiettivo. Quello del guardare altrove è un espediente per fregare il problema dell’asimmetria: se non mi colgono frontalmente, si vede solo un lato quindi via un problema.

E parlare mi piace, mi pace molto, quindi mi sento a mio agio. Se nessuno mi dà corda, mi lancio in veri e propri monologhi: descrivo cosa succede, racconto cosa devo fare immediatamente dopo, immagino interlocutori e parlo di cose importanti ma anche frivole.

Il risultato è che mi viene da ridere, come in questa foto.